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Anno pubblicazione: 2008
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Tenero disco “resistente”; un seme di papavero rosso d’altre ere che sboccia nelle odierne terre arse battute da un nuovo, liftato Maccartismo imperante. Un caldo omaggio al pensatore toscano anarchico Pietro Gori, perseguitato spirito libero per le sue idee di giustizia e di uguaglianza, a cent’anni dal suo urlo di riscossa per moltitudini oppresse.
Con “Pietro Gori”, anarchico pericoloso e gentile, tornano i Carraresi Les Anarchistes - Premio Ciampi nel 2002 per il miglior debutto dell’anno con “Figli di Origine Scura” - e con loro gli echi, le passioni, i canti e le storie di un allora che - come una beffa che elude lo scandire degli anni – si ritrova nell’odierno stato delle cose.
Una rivisitazione “vissuta” con i nuovi linguaggi espressivi della musica, con le moderne energie dei suoni, ma con la stessa candida, intonsa volontà di tramandare una poetica di rabbia e amore, di asprigna dolcezza.
Nove canzoni ripescate dal “patrimonio ribelle atemporale” e una scritta di pugno e dedicata dalla band all’eroe anarchico: “Solo un bandito”, avvolgente nel ritmo carrettero e ventoso.
Il resto è un turbillon tenace di free-jazz, folk, rock ballad ed elettronica che lascia spazio ai grandi sentimenti, alle assetate pulsioni che a stento si riesce a frenare dentro. “Stornelli d’esilio”, “Addio a Lugano”, la funambolica versione de “Inno del Primo Maggio” in versione hip-hop grattato nel rustico rap di Lucariello degli Almamegretta, non da meno il “Sante Caserio” rigato dal folk-tzigano del violino abrasivo dell’ungherese Zita Barbara. Ci si placa nel lounge vocalism di “Inno dei Lavoratori del Mare” dove la stupenda voce di Cristina Alioto, nuova entrata nella formazione, rievoca arie e melodie eteree, di trasmigrazione impalpabile. E ancora ci si tuffa nell’amarcord malinconico - descritto sopra fini alitate di tromba - di “Già lo sguardo” o nel carattere mariacho-balcanico di “Amore Ribelle” per arrivare alla gemma incastonata in questo superlativo lavoro discografico, ovvero la rievocazione de“L’Estaca”, brano scritto dal cantautore catalano Lluis Llach durante l’esilio franchista nel ’68.
Les Anarchistes sono tornati in pista, e con loro portano “la pace tra gli oppressi, la guerra agli oppressori” anelata da Pietro Gori.
Sono tornati con un disco che fa riflettere e commuovere, che sicuramente passerà inosservato, ma non è questo il punto: è solo un grande contributo di speranze per chi ha ancora qualcosa di vero da tirar fuori dal doppiofondo del cuore. Presidio di umanità poetica per non dimenticare che, anche un singolo seme di papavero rosso, se lo volesse, potrebbe di nuovo colorare di scarlatto un campo intero.
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Anno pubblicazione: 2005
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“Nostra patria è il mondo intero/ Nostra legge è la libertà/Ed un pensiero ribelle in cor ci sta”. Sono passati tre anni dal loro esordio e ora i Les Anarchistes di Carrara tornano con il loro carico di anarchia e intelligenza. Si apre con “Muss Es Sein? Es Muss Sein!” del sempre enorme Leo Ferré, poetica a denti stretti (“Dov’è oggi la musica?”) poi si continua con “Inno a Oberdan”, anarchico morto per uccidere l’imperatore asburgico (“A Morte l’Austriaca Gallina”), e “A Las Barricadas” che vola in alto per tutti gli antifranchisti spagnoli. Quindici pezzi in cui fi niscono Sacco e Vanzetti, Erri De Luca (nel testo di “Il Maggio di Belgrado” sui bombardamenti Nato del 1999), gulag e Guantanamo, rock e jazz, voci e sperimentazioni, società e letteratura. Sempre in movimento, lontani dai luoghi comuni e vicini all’odore della strada. In allegato anche un libretto, in stile operistico, per nutrire gli occhi oltre che le orecchie. Così dev’essere? Così è!
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Anno pubblicazione: 2002
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“Figli di origine oscura” non è una
semplice rilettura di canti anarchici; siamo su
di un altro piano, in una dimensione che supera
i precedenti tentativi di re-interpretare la tradizione
di matrice libertaria, fino a questo momento poco
ricettiva nei confronti di un suono non conservatore.
Merito de Les Anarchistes, il cui lavoro ha aggiornato
il ‘vissuto anarchico’ in un contesto
nuovo, nel quale l’ammeticciamento degli
arrangiamenti assume un ruolo assolutamente capitale.
Il collettivo toscano centrifuga il rock con il
free-jazz, l’elettronica, il folk. Ed il
risultato è stupefacente: dimenticate i
vecchi (e rispettabili, sia chiaro) stilemi della
canzone italiana anarchica - cioè chitarra
acustica e via ad urlare di rabbia - perché Les
Anarchistes hanno scelto una formula tesa a privilegiare
una struttura aperta a sonorità che con
la tradizione hanno poco a che spartire. I vecchi
canti assumono una veste nuova, e certe cose come “Su
fratelli pugnamo da forti”, “O Gorizia
tu sei maledetta”, sono rilette con l’intenzione
di farle (ri)vivere con uno spirito ‘altro’,
pur continuando a tenere alto il valore di testi
la cui attualità continua a rimanere viva.
Il cd, nel suo esplicito elogio all’anarchismo,
riesce, comunque, a non limitare la sua forma espressiva
nel solo campo politico-insurrezionale: con “Les
anarchistes”, “Tu non dici mai niente”, “Il
tuo stile” (queste ultime due riprese recentemente
anche dai Têtes de Bois), i toscani omaggiano
un grande come Leo Ferrè, mentre il testo
di “The mask of anarchy” è tratto,
nientedimeno, da due poesie del visionario Blake
e del romantico Shelley.
Preziose le collaborazioni: Raiz degli Almamegretta,
il fisarmonicista Antonello Salis e Blaine L. Reininger
dei Tuxedomoon e tutti gli altri ospiti ‘libertari’ (come
da definizione offerta dal booklet) offrono al
cd un contributo rilevante, fornendo al lavoro
ulteriori motivi di interesse. Per fortuna, qualcuno
si è accorto di questo disco: lo scorso
anno, “Figli di origine oscura” ha
vinto il ‘Premio Tenco’ nella categoria “Miglior
debutto”, sicché alla romana Storia
di Note non è rimasto altro che pubblicarlo
con tutti i crismi dell’ufficialità.
Ed è stata una buona mossa, perché si
sentiva il bisogno di un disco come questo, per
la sua passione, il suo sentimento, il suo ardore.
“Figli di origine oscura” suona come
un lavoro vero, interpretato con slancio sovversivo,
cantato con sensibilità da rivoluzionari.
Les Anarchistes non sanno cosa sia la retorica:
lo scopo della band sembra quello di offrire ulteriori
motivi per non dimenticare che esistono altri modi
di vedere il mondo. Dire che ci riescono bene, è sin
troppo limitativo. (08-04-2003)
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